From solitude to NASA

Santa Cruz, Argentina

Ago 2019

In Patagonia. Quella virgola di ghiacci e praterie dallo spirito dolce e selvaggio, tipico di ogni cuore nato o cresciuto argentino. Terra di frontiera e di leggende, che a guardarla dall’alto, sembra pensata per non far incontrare due oceani.

Sulle sponde del Lago Argentino c’era un uomo che di notte, quando il buio calava sulla sua estancia, era solito ingannare la solitudine comunicando con il mondo sveglio in quel momento. La sua voce “viaggiava” attraverso le onde di bassa frequenza della sua stazione radio rispondendo al codice LUX5E. La guida ci racconta di quella volta in cui collaborò con la NASA nel ritrovamento di un satellite caduto per sbaglio vicino al suo ranch.  Si chiamava Percival Herbert,  figlio di Joseph Percival Masters, uno dei pionieri europei che all’inizio del secolo scorso il governo aveva premiato con qualche migliaia di ettaro di terra vergine, in cambio di spirito d’avventura e eterna dedizione. Che per Joseph volle dire avere la meglio sul gelo e sul vento, a bordo di un vecchio battello a vapore di nome Cesar, per poter mettere le proprie radici ai piedi del Ghiacciaio Upsala. Circa un secolo dopo dei Masters, siamo salpati da Puerto Banderas e ci siamo messi in viaggio lungo il brazo settentrionale del Lago Argentino, sfiorando iceberg baciati dagli arcobaleni, per raggiungere lo stesso Eldorado: l’Estancia Cristina, che anche in noi avrebbe soddisfatto ogni ambizione di avventura e autenticità.

Cosa resta di quei giorni sospesi tra i ghiacciai e le praterie della Patagonia? “Terra eccentrica per eccellenza – perfetto ricettacolo per l’allucinazione, la solitudine, l’esilio” recita la prefazione della nostra vecchia copia del capolavoro di Chatwin. Resta l’empatia subitanea con i gaucho che seguivamo in sella ai cavalli  ai quali ci affidavano, che significava non lasciarsi intimorire dalle colonie di lepri dispettose e attraversare i fiumi senza timore, tra l’entusiasmo dei salmoni in risalita. La meraviglia silenziosa dell’Upsala e del Perito Moreno e il ricordo di ogni loro “briciola” caduta nell’acqua cobalto, che non riuscivamo a vedere ma di cui sentivamo il boato. Un suono prolungato e ovattato, che non si dimentica. “Ogni ghiacciaio ha il proprio carattere”, ci ripeteva la guida, “Proprio come un uomo”. Resta quell’alba piovigginosa in cui ci siamo lasciati alle spalle l’Estancia Nibepo Aike, dopo aver bevuto una tazza di caffè forte accanto al camino ancora caldo e nel silenzio della casa addormentata. Era stata la prima tappa della nostra esplorazione del Parque Nacional Los Glaciares. Ranch di casette di lamiera ondulata color crema e tetti spioventi corallo e verde bosco, fondato da Santiago Peso e Maria Martinic, migranti europei che si erano incontrati a Rio Gallegos e presto sposati. Trascorrere alcuni giorni in quella tenuta, l’ultima della Ruta Provincial 15, ci aiutò a comporre un’idea romantica delle vite che l’avevano abitata e a invaghirci di quell’eden pastorale e remoto. Quando arrivammo, una tribù di api paffute corteggiava i cespugli di lavanda e Eric stava servendo tè e scones. Apprendemmo presto che Nibepo era l’acronimo delle iniziali delle figlie nate dalla coppia, Niní, Bebé e Porota e che Aike, significa luogo nella lingua dei tehuelche (i nativi locali). Passeggiavamo, montavamo cavalli alti e robusti, a volte raggiungevamo il dorso della collina e a ogni imbrunire accompagnavano i gaucho, a recuperare il gregge di pecore al pascolo. Condividevamo il mate pomeridiano con i nuovi arrivati. La sera raggiungevamo il cottage oltre la staccionata per la nostra cena a base di asado, curato con sapienza.

La mattina della nostra partenza, dalle generose vetrate dell’Eolo, potemmo addirittura ammirare le scultoree vette di Torres del Paine, oltre il confine cileno, mangiando le eggs benedict migliori della nostra vita. Era l’ultimo, magnifico rifugio del nostro viaggio nella provincia di Santa Cruz. Sicuramente resta memoria di un’immensità che gli sguardi non erano addestrati a contenere, restano le ruta dritte e solitarie, che interrompevano distese dorate e prati di calafate (arbusto nativo della Patagonia, ndr). Pascoli e pascoli. Mandrie di mucche paciose e cavalli nati liberi sotto cieli pallidi.

Parole Laura Taccari

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