La Bella Palermo

Palermo Italy

ESSE MALO Q. VIDERI è l’iscrizione che campeggia, incisa nello stipite di pietra che sovrasta l’ingresso al piano nobile di Palazzo Pantelleria, nel centro storico di Palermo. “Preferisco essere che apparire” secondo il motto già greco, promosso da Cicerone e Sallustio come tratto esemplare di un uomo politico onesto e poco prima che qui venisse impresso nella pietra, ribaltato nei termini da Machiavelli nel suo “Il Principe”. Vero è che la facciata che cela la massima di condotta civile e politica non appare. Almeno non all’occhio meno sgamato, che vaga per i lastricati contorti del dedalo palermitano. Assuefatto al fascino decadente di un barocco sbriciolato come tufo al sole, tende a glissare su un efficace e curato restauro antistante un angusto Largo, evitando parcheggi selvaggi per sgattaiolare in una piazza moncata, condotto a quella che i palermitani riconoscono come facciata di Palazzo Pantelleria. È qui infatti, in piazza Giovanni Meli, congresso di botteghe di argentieri, che si trova la targa che introduce ai Requesenz, principi di Pantelleria appunto, che a partire dal 1525 promossero la costruzione del palazzo. La storia dell’illustre famiglia spagnola si lega indissolubilmente a quella di Palermo e della stessa Sicilia. E le sue vicissitudini nel corso di cinque secoli definiscono il carattere polimorfo dell’edificio e il bipolarismo che ne contraddistingue la percezione nell’immaginario palermitano. Così il prospetto su piazza Meli con gli stemmi araldici e il suo arco che conduce alla corte interna, cuore più antico dell’edificio ombreggiato dal secolare Ficus Magnolioide rimane per antonomasia il palazzo dei principi di Pantelleria (poi anche Varvaro). Il lato opposto, quello che affaccia su Largo Cavalieri di Malta, è invece per molti versi ciò che non appare. Pur essendo stato in un primo momento l’ingresso principale del palazzo, questo seguirà poi una storia parallela segnata da doti, cessioni e vendite per sanare i dissesti finanziari degli allora proprietari. A Palermo è ricordato per essere stato un magazzino di tessuti e, nella memoria di alcuni, per aver ospitato suggestive feste underground, gestite da una signora dell’est Europa. E qui invece, l’ingresso all’oggetto del nostro interesse, non l’altro. Introdotto dal prospetto che meno appare proprio perché sapientemente restaurato, che si elide dalla percezione cullata dalla giostra di gioielli fatiscenti, che incoronano il capoluogo siciliano. Oltre il portale, regolarmente impallato dalle cattive abitudini di parcheggio, che vogliono l’edificio ancora in abbandono, sotto lo sguardo vigile (non urbano) di un mascherone grottesco, si accede a quello che potrebbe definirsi il germe di quel restauro. Conservativo nelle modalità, non nel principio che muove la pratica.

La Bella Palermo occupa la parte di piano nobile di quella porzione del Palazzo. Difficile riassumere in una definizione cosa risponda al nome invece fin troppo facile. Residenza storicaalimenta una già diffusa confusione con l’altra ala del piano nobile, che ha esiliato questa dall’immaginario collettivo di Palazzo Pantelleria pur continuando a reimpastarne l’identità. Casa museo, è invece limitata e rischia di non rendere giustizia al genio irriverente che le ha dato forma. Massimo Cazzaniga (1940) giunge a Palermo all’inizio del nuovo millennio già con diverse esperienze di restauro alle spalle e con un affinato intuito per il valore di gioielli intorbiditi dal tempo. Come fa dall’età di sedici anni percepisce anche in quelle stanze scempiate dalle esigenze di un magazzino tessile (forse anche residenza abusiva) il potenziale degli ambienti, rimasti fedeli al motto dei Requesenz più di quanto non lo fossero all’antico prestigio. Qui, negli spazi restituiti alla luce originaria, vige tuttavia un nuovo respiro. Francesco ci accoglie e ci accompagna all’esplorazione delle eclettiche collezioni dello zio, che qui hanno trovato dimora. E sebbene l’estrema cura nell’apparire sia conturbante e irretisca facilmente la fascinazione più fiacca, il valore sta nella sostanza. Potrebbe sembrare il gabinetto delle meraviglie di un accumulatore seriale, schiavo del vizio di circondarsi di oggetti e chincaglierie, pur con un innegabile gusto nella composizione. Oppure il tentativo di imitare in maniera pedissequa il senso di qualcosa di perduto del filologo impenitente. Sono tuttavia sufficienti pochi, mirati cenni aneddotici di Francesco, per fugare il sospetto ingombrante della rievocazione storica o del tentativo di monetizzare il divertissement di un eclettico collezionista. Sono infatti i dettagli che non appaiono (se non a uno scrupoloso studio e a occhio esperto) a restituire la freschezza di un gioco intelligente quanto irriverente. Di un intelletto vivace, in grado di interpolare il patrimonio di diversi linguaggi del design, dell’arte e dell’artigianato, ricco oppure di consumo, aristocratico o popolare, collezionato nella lunga carriera di sapiente esploratore del settore: dai mercati rionali alle più moderne aste online, passando per le grandi fiere internazionali. Il gusto per la pratica manuale del restauro quindi non cede all’esercizio della filologia fine a sé stessa. Né quello che qui si raccoglie può definirsi propriamente collezionismo. Sul possedere l’oggetto nei suoi numeri e variazioni sembra piuttosto prevalga il brivido della possibilità di imbattercisi personalmente e accostarlo con altri a creare nuove dinamiche di senso. Si percepisce un’intelligenza creativa nel riprogettare oggetti e elementi. Nulla sembra concepito come statico, ma si ha l’impressione di trovarsi al cospetto di un repertorio di significati possibili. Così accade con le cornici delle porte, che sono in realtà un coerente collage di elementi apocrifi; o i lampioni veneziani riconfigurati in piantane; i sostegni di un pulpito barocco che diventano un mobile. Si prende goliardicamente gioco di noi tutti: di chi, assorbito dal contesto, scambia oggetti vernacolari sapientemente interpretati, per manufatti di inestimabile valore, e di chi, al contrario, nella modestia dell’artefatto, non è in grado di percepire lo straordinario valore del pezzo unico. Infine, di chi confonde il valore economico con quello effettivo. Può pertanto capitare di spendere alcune notti in questa fantastica dimora, persuasi di star vivendo l’esperienza di un principe di Pantelleria senza rendersi conto del sorriso beffardo che aleggia nelle stanze. Il moto di uno spirito ben più contemporaneo, in grado di innescare con la giusta miscela di cura appassionata e pacata sfrontatezza, la rigenerazione di un prezioso patrimonio cittadino. Per questi motivi ritengo che La Bella Palermo, non meriti limitazione nella sua definizione. Non le si addice di certo l’appellativo di dimora storica che evoca spesso ignobili tranelli esperienziali, né mi pare di riconoscervi la staticità (o dinamica vincolata) del museo. È piuttosto una dimora d’artista, in cui la pratica si percepisce ancora viva. Funzionante e funzionale, avulsa da logiche museali ma invece in grado di offrire un diverso paradigma al recupero di patrimonio storico, in cui non si veda sempre solo con sospetto agli investimenti privati. Francesco dal canto suo non è il custode del tesoretto dello zio, né il curatore delle sue collezioni. È invece ospite capace non solo di raccontare il patrimonio che si trova a gestire, ma di offrire una visione smarcata sulla città e il suo tessuto nervoso. Preciso e prodigo di attenzioni nei confronti dei tanti ospiti internazionali che decidono di affittare l’intero spazio (questa generalmente la formula) anche per lunghi soggiorni, forse proprio attratti inizialmente dalla parvenza ingannevole. È prevedibile però che questi se ne vadano non solo con la sensazione di essere stati viziati come principi (Francesco veglia su di loro per tutta la permanenza dalla propria stanza privata, per rispondere ad ogni evenienza e tutelare la proprietà dello zio) ma portando con sé uno sguardo che rompa la giostra di splendida decadenza palermitana. Da quel restauro iniziale continuano in maniera organica e ponderata altri progetti che coinvolgeranno altre zone dell’edificio e spazi annessi, ma durante la conversazione, Francesco sembra allontanare sistematicamente l’attenzione da La Bella Palermo per sottolineare tensioni che come lì si stanno sviluppando in altri luoghi iconici della città. Amplia per evidenziare le possibili sinergie, di quelle forse capaci di offrire un nuovo sguardo allo straniero come all’autoctono. Tra queste facciamo ripetutamente riferimento a locali e mi indica la Ferramenta, che ha di recente riaperto il vecchio esercizio da cui trae il nome, al numero 8 di Piazza Meli. E sebbene pensi sempre che sarebbe utile, un giorno, ritrovare una ferramenta lì dove c’era un bar, è degno di nota il contributo rigenerativo del cibo anche in contesti architettonici. E di come sia di fatto impossibile parlare di ospitalità senza un approccio diffuso che includa questa straordinaria chiave di lettura.

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