La cena di Pitagora

Due sono le principali ragioni che la domenica mattina portano a San Ponzo Semola, in Valle Staffora. La prima, più comune, è il pellegrinaggio fino alla Grotta di San Ponzo, la seconda è la locanda vegana di Maria e Davide. Per la grotta si attraversa il gomitolo di case in pietra fino al bosco e si percorre tre chilometri di verde in salita. Per la locanda, si varca l’uscio di un cancello grigio pallido.
A fine giugno la luce ostacola la vista. Il cortile di ghiaia è un incendio diafano, da cui, lentamente, prendono forma i lineamenti di una corte dalla grazia peculiare. Interno, esterno. Profumo di menta e elicriso, ronzio di api. Umanità.

Anche Maria e Davide sono in qualche modo forestieri. Assistente d’artista lei, tassista lui, erano soliti raggiungere il borgo da Milano, per la provvista settimanale di verdure e frutti dai produttori locali. Si sono trasferiti in questa cascina dei primi del Novecento sette anni fa. Un progetto di vita che rende omaggio al celebre saggio di Erica Joy Mannucci, La cena di Pitagora, Storia del vegetarianismo dall’antica Grecia a Internet (Carocci Editore, 2008). L’idea è semplice, servire ogni weekend “menù gentili”, ovvero vegani, “disegnati” in base alla stagione e al raccolto del giorno. Alcune ricette sono arrivate con Maria da Milano, dove già studiava e praticava la cucina vegetariana, ma il resto è il frutto di sperimentazioni continue e di tanto lavoro quotidiano. Si pranza nella sala interna o in giardino, come in famiglia, tutti parte dello stesso rito.

Un pasto in cui si fa a meno del mondo animale e si impara tanto di quello vegetale. La Cena di Pitagora è ciò che una “locanda” deve essere: storie antiche, storie nuove. Luogo d’incontro, luogo di passaggio. Possibilità. Uno spazio tanto domestico quanto “pubblico”, capace di accogliere anche eventi culturali e piccole feste in cortile o classi di yoga ne La stanza dell’Olmo. È un esempio di tenacia, dignità e fantasia. Ma è anche una domanda che torna, urgente, necessaria e che ci spinge a indagare sul nostro modo di stare al mondo, vale a dire, sulla nostra “gentilezza”. “Le stanze da letto sono arrivate dopo” ci raccontano, nel tepore del pomeriggio, quando anche gli ultimi ospiti se ne sono andati. Alcuni hanno preso la via di casa, altri quella del Santo.

La grotta è meta di pellegrinaggio da quando vi furono rinvenute le spoglie di San Ponzo, figlio di un senatore romano convertitosi al cristianesimo nel terzo secolo d.C. Nel diffondere la sua fede, condusse una vita errabonda e tormentata. Capitò anche in valle Staffora, e si ritirò da eremita su un’altura nutrendosi soltanto di erbe selvatiche e di uova.

Parole Meraviglia Paper, immagini Consiglio Manni.

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